Rompere il gioco – Parte I: Barare a Dixit

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Posted 01/06/2017 by La Redazione in Speciali

Chiunque li abbia provati se ne sarà di certo accorto: i giochi tipo Dixit, Concept, Imagine, Mysterium, ecc. risentono molto dei rapporti tra le persone sedute al tavolo e dunque può risultare fin troppo facile “barare” semplicemente basandosi sulle conoscenze che si hanno degli altri giocatori. In questo primo speciale ne parliamo con Sara e Luigi, appassionati di boardgame e recensori per Pixel Flood, che cercheranno di approfondire l’argomento, evidenziando le situazioni che portano i giocatori a “barare”, e proveranno a delineare possibili soluzioni per rendere il gioco divertente per tutti i partecipanti; perché alla fine è proprio questo che conta: non vincere, ma divertirsi.

Luigi Briganti

Sì, è innegabile che questi giochi sono strettamente dipendenti dalle persone con cui si gioca. Io, in particolar modo, ho notato due “bug” – passami il termine.

Il primo è che conoscere il modo in cui pensano le persone sedute al tavolo ti permette di impostare la strategia di gioco. Ti faccio un esempio pratico: se io e la mia fidanzata siamo seduti a un tavolo per una partita a Dixit e siamo non solo gli unici a conoscere il gioco ma anche i due giocatori che si conoscono meglio, io riuscirò ad indovinare le sue carte con una frequenza molto maggiore rispetto agli altri, e viceversa. In un gioco in cui mi basta che uno solo indovini la mia carta per farmi fare punti, è facile impostare la partita su quel giocatore!

Sara Porello

Beh Luigi, la situazione che hai descritto, in effetti, si verifica quasi sempre; a me, per esempio, non è mai capitato di giocare partite in cui tutti i giocatori seduti al tavolo fossero “alla pari”. Penso però che queste strategie siano attuate in modo abbastanza involontario e inconsapevole dai giocatori. Ovviamente un minimo di calcolo matematico c’è, soprattutto nel caso di coppie di giocatori alleati in cui in effetti si può studiare una parola sapendo che uno e soltanto uno dei giocatori seduti al tavolo potrà indovinarla; ma la maggior parte delle associazioni mentali che tutti noi facciamo sono involontarie, e dipendono anche dal grado di cultura dei giocatori…

Luigi Briganti

E proprio qui arriviamo al secondo “bug”, il bagaglio culturale delle persone sedute al tavolo: è un fattore altrettanto fondamentale, ed è interdipendente dall’aspetto che ho descritto prima. Ho giocato recentemente a Concept con la mia ragazza, sua sorella e sua madre e ho provato a fare indovinare Edipo, sapendo che l’unica persona che avrebbe potuto indovinare sarebbe stata la madre, ex-insegnante di lettere, scrittrice, di elevata cultura; e infatti l’ha indovinata solo lei. Allo stesso modo posso ritrovarmi un tavolo di gente che ha a malapena il diploma superiore – è capitato anche questo! – che non legge mai, a stento guarda film, ha scarse conoscenze, gente, insomma, a cui è praticamente impossibile far indovinare determinate cose.

Sara Porello

Hai perfettamente ragione! E ti dirò di più: le associazioni su cui si basano questo giochi, secondo me, dipendono non solo dal bagaglio culturale/accademico dei giocatori, ma anche dalle loro “conoscenze condivise”, ossia le conoscenze comuni a persone che frequentano un certo ambiente o che hanno un certo hobby. Per capirci, parole legate al “mondo nerd” difficilmente verranno indovinate da chi non bazzica quel mondo; personaggi del calcio, o della boxe, o del nuoto, non verranno indovinati da chi non s’interessa di sport. Ma spesso basta anche molto meno: basta il riferimento ad un libro astruso che nessuno ha letto, fuorché la coppia di giocatori-alleati; o il riferimento a un discorso che la stessa ha fatto poche ore prima. La lista è potenzialmente infinita.

Luigi Briganti

Sai, non so se quanto abbiamo detto finora sia veramente un problema del gioco in sé o piuttosto dei giocatori…!

Sara Porello

Se è un problema del gioco, forse può essere fixato con l’aggiunta di qualche regola ad hoc… O con una sorta di codice etico. Certo, delle regole aggiuntive rischierebbero di essere molto limitanti, di ammazzare la fantasia e la spontaneità dei giocatori e, in ultimo, il gioco stesso; sicuramente andrebbero pensate bene, per evitare solo i casi più eclatanti di ‘concetti impossibili da indovinare’; anche perché un minimo di “tattica” è ammissibile, non la si può eliminare del tutto. Allo stesso modo, però, un gioco tra 5 o 6 partecipanti non deve diventare una partita a due.

Luigi Briganti

Sara, io sono dell’idea che se un gioco ha bisogno di home rules, ha già dei problemi di design. In Concept abbiamo dovuto aggiungerne una enorme, dal momento che il sistema di punteggio è completamente senza senso. Lo abbiamo trasformato in un tutti contro tutti, invece che in un gioco a squadre, perché così com’è pensato è abbastanza frustrante…

Sara Porello

Sono d’accordo con te, ma i game designer non possono immaginare tutti i modi “sbagliati” in cui si possa giocare; loro possono progettare un gioco che sia divertente e coinvolgente, ma poco possono fare contro la competitività esasperata e la voglia di vincere smodata di alcuni soggetti. Anche perché chi gioca per vincere anziché per divertirsi avrà sempre e comunque da ridire, si attaccherà ai cavilli pur di raggiungere il risultato. Ma, in ogni caso, io penso che in questo tipo di giochi sia molto sottile il confine tra competitività e ragionamenti involontari…

Luigi Briganti

Beh, non devono immaginare i modi “sbagliati” di giocare, ma dovrebbero quanto meno scrivere delle regole coerenti e sensate. Per quanto riguarda i party game, la forte componente sociale rende pressoché impossibile questa coerenza, in quanto non tengono conto della variabile più importante, ovvero i giocatori. Ad esempio un gestionale è schematico e le strategie da attuare per vincere possono cambiare da giocatore a giocatore, ma non escono mai da determinati schemi pre-impostati: per vincere a 7 Wonders puoi impostare la tua strategia sulla guerra come sulle strutture scientifiche, ma l’una e l’altra cosa hanno delle regole che le supportano. I party-game hanno poche regole scritte e molte altre non scritte che si basano sui “rapporti sociali”, che equivale a dire non avere regole da quel punto di vista.

Sara Porello

Un’ultima considerazione riguarda poi il fatto di giocare questi giochi in famiglia, coi bambini, perché chiaramente sedere al tavolo con dei bambini o ragazzini pone gli adulti in una condizione di superiorità (se non altro, culturale): o si ‘gioca facile’ per far vincere i bambini oppure si gioca tra adulti, escludendoli dal divertimento.

Luigi Briganti

Beh, c’è da dire che se ti rivali su un bambino mentre si gioca a Dixit, non stai solo barando, sei proprio uno str… 😀 Ma anche posto il caso che tu non voglia esercitare la tua superiorità culturale, giochi limitando te stesso, perché devi adeguarti alle conoscenze limitate dei bambini che giocano con te. Secondo te, quale potrebbe essere la “soluzione” al problema?

Sara Porello

Non so se possa esserci una vera soluzione… In ogni caso penso che la buona riuscita del gioco dipenda molto dal gruppo: se si è affiatati è tutto molto più semplice, e gli inconvenienti sono ridotti al minimo. Per sicurezza, però, credo che bisognerebbe sempre dedicare un paio di minuti prima dell’inizio della partita per chiarire bene alcuni concetti, e mettersi d’accordo su cosa sia “lecito”, in modo che alla fine tutti si divertano. Lo scopo dei boardgame, in fondo, è quello.

Luigi Briganti

Sarebbe anche opportuno che ciascuno conoscesse il regolamento per averlo letto, anche perché così tutti i giocatori sarebbero sullo stesso piano. Ad ogni modo, credo che si potrebbe coniare un motto per questi giochi: se vuoi vincere conosci il tuo nemico, ma soprattutto conosci il tuo alleato.


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La Redazione

Pixel Flood è una giovane realtà italiana impegnata nel settore videoludico. Siamo una redazione sempre in crescita, che si occupa principalmente di videogiochi (ma senza disdegnare boardgame e giochi di ruolo) con una particolare attenzione al panorama indie italiano. Crediamo che il valore di un gioco non debba essere espresso da numeri inflazionati: per questo nelle nostre recensioni diamo medaglie e non voti.