Campus Party 2017 – Noi c’eravamo!

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Posted 28/07/2017 by Sara Porello in Eventi

Abbiamo iniziato a parlarne diverse settimane fa, proponendovi le interviste alle software house italiane che ci hanno accompagnato in questo viaggio. Poi ci siamo stati, e abbiamo cercato di farvi vivere l’atmosfera che si respirava con un live tweeting dell’intero evento… Ebbene, il viaggio di Campus Party 2017 è infine giunto al termine, e non potevamo non farvi un reportage dell’evento! Ci siamo presi qualche giorno per riprenderci come si deve da questa fantastica esperienza, ma alla fine eccoci qui.

I membri della Redazione che erano presenti vi raccontano cosa hanno portato a casa da questa prima edizione dell’evento; leggeremo i pareri di Daniele “Dan” e Sara, ma anche quelli di Daniele “Cathoderay” e Micheal, che, avendo avuto la possibilità di lavorare nello Staff dell’evento, ci potranno offrire un punto di vista da “dietro le quinte”.

Innanzitutto, qualche dato concreto: 6000 accessi, 1200 tende occupate, più di 300 speaker – tra cui spiccano nomi importanti, quali il giornalista Enrico Mentana, lo scrittore Roberto Saviano e l’attore e doppiatore Francesco Pannofino, solo per citare i più noti. Nomi e cifre non da poco, per un evento che arriva in Italia per la prima volta, ma che nel resto del mondo è ormai una vera istituzione, al momento la più grande esperienza omnicomprensiva sulla tecnologia, che mira ad approfondirne ogni aspetto: innovazione, creatività, scienza, impresa. E molto, molto altro.

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L’evento

Ogni evento è fatto di tanti tasselli, ma quello che conta davvero è il risultato finale, l’impressione generale, il quadro complessivo. In particolare, Pixel Flood ha avuto modo di vivere questo evento nella doppia veste di partecipante e organizzatore: Micheal e Daniele “Cathoderay”, infatti, hanno lavorato nello Staff degli organizzatori, mentre altri di noi della Redazione sono andati a curiosare…

Daniele Magonara

Campus Party: essere in due posti nello stesso momento.

Qualche mese fa, dopo essere stati contattati, con la proposta di far parte della prima edizione di Campus Party Italia, ci siamo chiesti cosa potessimo fare noi di Pixel Flood per contribuire in maniera attiva ad una simile iniziativa.

L’idea del banchetto coi volantini non ci piaceva, e così abbiamo preferito mettere in piedi una specie di stand dentro la sezione Experience, invitando sei degli studi indie italiani più interessanti di quest’anno, portandoli così nell’occhio del ciclone, esattamente davanti all’entrata dell’evento, in modo che tutti potessero provare i loro giochi. Volevamo infatti dimostrare, ancora una volta, che anche in Italia si fanno dei bei giochi.

Il problema è sorto quando sono ‘passato dall’altra parte della barricata’ e sono diventato un campusero, contribuendo a mettere in piedi un evento non solo fighissimo, ma anche mastodontico, che si è mangiato molte ore del mio sonno e della mia (già scarsa) vita sociale, e che ha pesato in parte anche sul mio ruolo all’interno di Pixel Flood, trasformandomi in una figura evanescente, una specie di fantasma! Tuttavia veder nascere e crescere l’evento davanti ai miei occhi mi ha permesso di poterlo vivere in maniera diversa dai miei colleghi, soprattutto sul palco Entertainment, che ho curato personalmente e che ho presidiato per tutti e tre i giorni di CP.

Che dire, se non che ho visto finalmente un’Italia giovane e dinamica, che dimostra di avere idee, di avere curiosità e, soprattutto, capace di sfoggiare una grandissima professionalità, sia per gli speaker che avevo davanti sia per gli studi che abbiamo portato?

Michael Maneia

C’è sempre quel misto indefinito di emozioni che si scatena quando un nuovo tipo di evento arriva nel tuo paese. Ricordo ancora il primo Milan Games Week, che, timidamente, ha cercato di portare in Italia qualcosa di inaudito, che ricordasse un Gamescom o un’E3. Che l’organizzazione fosse riuscita o meno nel suo intento, lascio ai posteri l’ardua sentenza… non è di questo che dobbiamo parlare in queste righe!

Non nascondo il fatto che di Campus Party avevo sentito parlare, ma senza che si destasse il mio interesse. Già solo il pensiero di dormire in una tenda, per una persona che all’aria aperta ci va al massimo per firmare la ricevuta del pacco che il corriere gli sta consegnando, mi ha fatto storcere il naso. Ma ho comunque deciso di provarci, prima come semplice campusero, poi dando una mano per tirar su la baracca, e…

Dovete farlo, almeno una volta. Se anche solo una piccola sfaccettatura di quel macro-argomento che è la tecnologia vi interessa davvero, fatelo. Talk, workshop e hackathon si sono susseguiti per tre giorni, dando la possibilità a migliaia di ragazzi di imparare e di mettersi alla prova divertendosi, conoscendo nuove persone, dialogando con le tante personalità di spicco dell’industria e, chissà, magari anche trovando quell’occasione fortuita per costruirsi un futuro che gli permetta di fare ciò che più piace loro!

Quando poi, alle due di notte dell’ultima giornata, trovi un gruppo di una quarantina di questi ragazzi che sotto il Main Stage organizza una festicciola collegando un PC a una cassa blutooth per ballare e divertirsi, coinvolgendo pure gran parte dello Staff nella festa, beh, allora capisci che qualcosa si è acceso dentro di loro, e che è merito proprio di questo evento, se è successo… Non sono i numeri che fanno un evento di successo, bensì la qualità che quei numeri rappresentano.

Daniele Mariani

Quando siamo stati contattati per presenziare al primo Campus Party italiano, devo ammettere di essere stato sorpreso. Sembrava tutto così serio, un format straniero di successo organizzato per la prima volta qui in Italia!

Contribuendo con Pixel, nel nostro piccolo, abbiamo visto il progetto crescere e attirare speaker di grosso calibro. Ma l’esperienza di Campus Party è diversa, eclettica, il suo punto di forza è l’essere composto da pezzi imprevedibili: a qualche centinaio di metri dal palco in cui ha parlato Mentana era possibile farsi una partita a Metal Slug, provare un simulatore della Marina Militare, fotografare un drone degli artificieri a spasso, provare giochi horror in realtà virtuale e ascoltare una talk sul level design nei giochi di corsa. E sono assolutamente sicuro di essermi perso qualcosa!

Sara Porello

Ho partecipato a Campus Party un solo giorno e quindi, ovviamente, non ho potuto sperimentare in modo approfondito tutti gli aspetti dell’iniziativa. L’impressione che ho avuto, però, è stata di grande professionalità, serietà e completezza, soprattutto per un evento alla sua prima edizione.

Tutto ha funzionato alla perfezione, dall’accredito all’assistenza in loco, dall’organizzazione delle aree espositive a quella delle aree lunch e notturna: non ci sono stati intoppi di nessun tipo e lo Staff e la Sicurezza sono stati sempre disponibili!

Non ho potuto fare a meno di notare, soprattutto durante la cerimonia di chiusura, quanto l’evento fosse “sentito” dai suoi organizzatori. Ho percepito davvero un clima di entusiasmo, emozione e aggregazione!

Last but not least, nonostante i tanti partecipanti l’atmosfera era tranquilla, non ci sono state resse (una delle cose che più detesto in questo tipo di eventi) e si poteva girare tranquillamente e provare i giochi, anche alle postazioni più affollate, con un tempo di attesa ragionevole. Per essere una prima edizione, promosso in pieno!

I giochi

Probabilmente, per noi di Pixel Flood, i videogiochi sono stato l’aspetto più interessante. In primis, è doveroso un ringraziamento alle software house indie italiane che hanno partecipato con noi: Antab StudioDigital Tales, Potato Killer StudiosReal Game MachineStudio OnirideUnreal Vision. Non potevamo certo lasciarsi sfuggire un’occasione per provare (e farvi provare) tanti giochi!

Daniele Mariani

Ragazzi che esperienza! Se tre giorni sono stati più che sufficienti per permettere a noi dello staff di provare tutti i giochi presenti, la passione e l’energia dei vari sviluppatori agli stand è stata una cosa di cui non avremmo mai potuto stancarci.

Dai primi, timidi spettatori, fino al boom di sabato, la cosa più strabiliante dell’esperienza è stato vedere come la nostra Indie Area fosse riuscita ad attirare grandi e piccini: nerdoni tatuati di 200 chili e classiche coppiette boh-proviamo dallo sguardo prima curioso, poi carico di entusiasmo. Vedere un pubblico forse poco avvezzo chiedere dove poter comprare i giochi che mettevamo in mostra è stato, almeno parlo per me, uno dei migliori risultati che potessimo portare a casa

Sara Porello

Ho avuto modo provare un po’ di cosine interessanti, anche se non tutto quello che avrei voluto.

L’esperienza più sorprendente che ho fatto è stata senza dubbio la lettura del primo fumetto in VR mai realizzato, Magnetique, a cura di Oniride. È un metodo di leggere immersivo, coinvolgente, che letteralmente ti trasporta in un altro mondo! Invece di avere immagini e balloons davanti a te sulla pagina, li hai ovunque intorno a te ed è…. Meraviglioso! Si tratta di un esperimento innovativo, per ora dalle applicazioni limitate, visto che i dispositivi per VR sono ancora poco diffusi, ma senza dubbio è qualcosa che merita di essere approfondito nell’immediato futuro.

Un’altra bella soddisfazione è stata poter giocare a una demo di Bookbound Brigade, di Digital Tales. Si tratta di un gioco che seguo con interesse già da un po’ e, purtroppo, pare che l’uscita sul mercato sia ancora lontana. Però è stato divertente poter provare la demo, anche se confesso di averla trovata assurdamente difficile (e, a quanto mi dicono, non sono stata l’unica!); senza l’aiuto del gentilissimo staff di Digital Tales, non sarei riuscita ad andare oltre un terzo. Ma la strada per la pubblicazione è ancora lunga, e mi auguro che quando il gioco uscirà sarà un po’ più bilanciato.

Altra esperienza particolare è stata la simulazione di una manovra navale organizzata dalla Marina Militare. Mi sono seduta ai comandi del simulatore, accanto a me uno schermo con i dati di navigazione tecnici e davanti a me tre schermi con la visuale e le mappe. Gli ufficiale presenti sono stati estremamente disponibili e, mentre mi aiutavano a ‘fare manovra’, mi hanno anche spiegato qualcosina sul loro lavoro. Già non siete autorizzati a fare battute sulle donne al volante… figuriamoci al timone di una nave! In ogni caso, alla fine sono riuscita a entrare illesa nel porto di Taranto, alla faccia vostra. Un’esperienza decisamente particolare, che mi ha messo anche un pizzico d’ansia: posso assicurarvi che pilotare una nave non è per niente facile come giocare ai videogames!

Ho avuto l’opportunità di provare anche altri videogiochi interessanti. L’esperienza con Toygeddon, di Unreal Vision, è stata divertente ma frustrante: essendo notoriamente negata nei Battle Arena Racing, mentre gli altri partecipanti giocavano e si inseguivano tra di loro, io ero impegnata a fare manovre assurde per togliermi dagli angoli impossibili in cui mi ero infilata! Gridd, di Antab Studio, mi ha fatto sentire dentro il film Tron e quindi, anche se non è proprio il mio genere, non ho potuto che apprezzarlo!

Infine, ho dedicato qualche minuto alla sezione retrogaming, che non solo proponeva i vecchi giochi, ma anche le vecchie console e i cabinati. Niente di nuovo, insomma, ma una partita a Puzzle Bobble o a Super Mario non si rifiuta mai, no? Se avessi avuto più tempo avrei provato tanti altri giochi, ma, in fin dei conti, posso dirmi decisamente soddisfatta di quello che ho giocato.

I Panels

Lo abbiamo già detto: decine e decine di speaker si sono dati il cambio sui vari palchi di Campus Party, dando vita a una serie di talk che si è protratta, praticamente ininterrotta, per tutti e tre i giorni dell’evento. Daniele,  coordinatore di alcune delle talk, ci racconta quali sono stati gli interventi più interessanti.

Daniele Magonara

Il 20 luglio si comincia a intravedere l’ombra del gigante Campus Party, ed è proprio dal Mainstage che il gigante decide di stiracchiarsi, presentando un interessante speech di Roberto Saviano dedicata al fallimento; per chi, come noi, è avvezzo ai videogiochi, si tratta di un’ora sull’enfasi del Trial and Error nella vita. Con meno burroni giganti, certo, ma con un buon quantitativo di salti nel buio, esattamente come nei più classici platform.

Poco dopo, su un palco pieno di meraviglie videoludiche, gli inossidabili Claudio Todeschini e Davide Mancini ci raccontano della storicissima rivista TGM, e di come negli anni si sia evoluta e adattata per rimanere disponibile nelle edicole, sempre in forma smagliante.

Stesso orario, palco diverso: Marco Cravero racconta l’utilizzo delle stampanti 3D in vari settori, e di come ormai esse siano alla portata di tutti: quindi, sì, con un po’ di pazienza, potrete realizzare quella Morrigan in scala 1/1 che tanto volevate per la vostra cameretta!

Su un altro palco ancora – calcolate che tra palchi e spazi adibiti abbiamo avuto tra le 9 e le 11 talk ogni ora! – Maurizio Di Paolo Emilio racconta di come si può recuperare energia dall’ambiente che ci circonda. Un po’ da tutto l’ambiente, come fa Goku quando alza le mani al cielo per ricevere l’energia da tutti, solo che in questo caso l’energia potrebbe salvare la terra… Ok, ok, anche Goku potrebbe farlo, avete ragione.

In serata, sul solito palco arancione, un trittico d’autore: Geoff Davis, Massimo Guarini ed Emilio Cozzi parlano di videogiochi e lavoro, dallo studio alla creazione. Insomma, ci raccontano il mestiere più bello del mondo, spiegando da dove partire e come arrivarci.

In area workshop, nel mentre, Claudio Todeschini e Davide Mancini discutono di come si tiene in piedi una rivista online e dei sacrifici che spesso bisogna fare per raggiungere una meta, che troppe volte sembra lontana e anacronistica.

Ore 22: Sul palco principale sale in cattedra Chance Glasco, per parlare di realtà virtuale nei giochi e altre cose meravigliose. Tutti lo ascoltano estasiati, tipo pifferaio magico, dopo di che si chiude il primo giorno e si balla un po’ con il DJ tutto pieno di lucette.

Venerdì 21: All’alba (delle 10.00) il sonno viene spazzato via da una sorridente Thalita Malagò, che ci parla dell’Italia dei videogiochi, con tutto il cuore di cui solo AESVI è capace.

Stesso orario, palco rosa della Creatività: Francesco Grisi mostra diverse figate sul futuro degli effetti speciali, la mandibola precipita inevitabilmente a terra.

Allo stesso modo Matteo Valoriani e Antimo Musone parlano di uomo contro robot, stile Terminator e Mother Brain.

Più tardi, sul palco principale, Raffale Gaito ci spiega se i robot ci ruberanno davvero il lavoro. Nel dubbio ci ho scambiato due chiacchiere, per capire se fosse lui stesso una macchina del futuro, mandata tra di noi in avanscoperta… Sembra tutto ok, per ora!

Ivan Venturi, in un affollato Barcamp, spiega il mestiere dei videogiochi: sogni, sacrifici e tenacia di chi in questa strada, credendoci davvero.

In contemporanea, sul palco Entertainment, Chiara D’Angelo ci parla delle sfide che la realtà virtuale porta con sé, ma anche dei modi creativi con cui affrontarle, lasciandomi la voglia di andare a provare le attrazioni di Gardaland in VR.

La mattinata si chiude col botto, ovvero con Neil Harbisson e Moon Ribas, che ci dimostrano che i cyborg esistono già: il primo è dotato di un’antenna impiantata nel cranio, che gli permette di percepire le frequenze dei colori e trasformarle in suoni, la seconda ha un sensore inserito nel gomito, con cui sente qualsiasi terremoto avvenga nel mondo. Ed è subito Cyberpunk 2020.

Nel primo pomeriggio gli Arcade Boyz parlano di bullismo, con il linguaggio poetico e gentile che li contraddistingue, mentre io, giustamente, mi prendo gli insulti perché sono loro amico!

E mentre sul Mainstage si parla di Hyperloop transportation, treni fantascientifici e velocità smodate, io rimango ad ascoltare ancora una volta Ivan Venturi che presenta Riot: Civil Unrest, il suo nuovo progetto (che spero di recensire, perché sembra davvero figo). Subito dopo arriva il bassista carismatico per eccellenza, Alessandro Apreda. Il Doc Manhattan spiega l’evoluzione del videogioco in 20 titoli: fiumi di lacrime solcano i volti delle persone.

In serata, tra una talk di Federico Spada sul track design, un workshop di Fabio Bortolotti su come fare suoni belli bellissimi con il game boy e Frank Tipler che sul Mainstage racconta di zombie fantascientifici inquietanti, arriviamo in un baleno alle 22: ecco che scatta il concerto chiptune, dove Kenobit e Goto80 regalano bellissime emozioni, facendo ballare Campus Party. Alla fine del concerto, stremati e felicissimi, crolliamo tutti a dormire.

Il sabato la mattina scorre placida, tra talk sulla gamefication, gente che spiega come diventare ricchi con le block chain e robot che potrebbero tranquillamente guidare meglio di noi (e probabilmente anche fare la pizza).

Arriviamo così a uno degli appuntamenti più attesi: Enrico Mentana, sul Mainstage, decide che è ora di dire basta alle bufale e tiene il pubblico inchiodato un’ora e mezza. E il resto, muti.

In seguito Baccigalupi, Stefano Leoni ed Emilio Cozzi decidono di parlare dell’integrazione del VR nei media, con un discorso veramente divertente su quello che probabilmente è davvero il futuro dell’intrattenimento.

Luca Panero e gli amici di Fangold presentano finalmente un video che mostra i grandi miglioramenti del gioco tutto italiano, che speriamo esca in tempi brevi: in tanti vogliamo metterci le mani sopra! Subito dopo Francesco Albanese, Jan Nava e Michela Sizzi parlano di e-sport in Italia, e di quanto le cose debbano cambiare anche per noi. Contemporaneamente, su un altro palco, Daniele Bigi racconta di Star Wars: Rogue One... E io soffro, perché non ho un antenna per poter captare anche lui.

Nel tardo pomeriggio Francesco Pannofino mi spiega come sia cambiato il doppiaggio e il doppiare negli anni; lo fa con la voce di Vin Diesel, di Van Damme e di tanta altra gente; è tutto bellissimo, e l’annuncio della nuova possibile stagione di Boris fa esultare il Mainstage gremito di persone.

Si chiude con Andrea Quartarone, che ci racconta di come Netflix abbia cambiato abitudini e di come sia ormai parte integrante della nostra vita: sempre sia benedetta Netflix!

Questa è solo una vaga idea di quello che ho seguito, sentito e ammirato, ma la scelta era talmente vasta che per sentire tutto ci sarebbe voluto un mese… senza contare che alle 21.00 di sabato ero ridotto a una supernova morente; felice, ma pur sempre morente.

Vivere Campus Party

Ciò che rende unico Campus Party è proprio il fatto che sia un’esperienza completa, in cui i partecipanti, i campuseros, possono mangiare, dormire, in poche parole, vivere per diversi giorni nell’area dell’evento. Un’esperienza che può essere divertente, ma anche un po’ scomoda, come ci raccontano i nostri prodi sopravvissuti a tre giorni di tenda e docce gelate…

Sara Porello

Trattenendomi un solo giorno non posso dare un giudizio per quanto riguarda i servizi “da campeggio”, lascio la parola a chi li ha sperimentati.

Michael Maneia

Chi meglio di chi ha dato una mano a organizzare può dire davvero cosa voglia dire vivere Campus Party? Bias da genitore che vede il figlio crescere a parte, sono soddisfatto dall’esperienza che ho vissuto in prima persona: ho partecipato a molti eventi nel corso della mia vita, sia da visitatore, che da dipendente, pure da organizzatore in prima linea, ma ho visto poche cose come Campus Party.

Dormire in tenda dentro a un padiglione fieristico, gente che dopo 14 ore di fiera o lavoro che alle 23.00 si scatena per concerti di Chiptune, elettronica o vaporwave suonata con il Commodore 64, ragazzi di appena 20 anni che interagiscono con Amministratori Delegati in giacca e cravatta senza filtri, dando solo spazio libero alle idee e al confronto costruttivo. Questa è stata la spina dorsale del Party.

Ho visto un’Italia diversa in questi mesi, forse qualcosa si può muovere, forse una speranza per far capire che il nostro paese è pronto a investire nell’avanzamento tecnologico in ogni sua forma, sia esso a servizio della sanità o del mero intrattenimento, c’è ed è questo evento che ha unito migliaia di persone sotto lo stesso padiglione.

Daniele Magonara

Vi assicuro che reggere per tre giorni un flusso praticamente continuo di persone è stato piuttosto arduo, ma soprattutto mentre salivo e scendevo dai due piani in cui ero diviso ho visto tanta gente essere genuinamente incuriosita dai videogiochi, e questo mi fa pensare che forse qualcosa di buono lo stiamo facendo, il che personalmente mi fa sorridere.

L’anno prossimo saremo ancora lì? Ci saranno più studi? Sara verrà al Campus Party direttamente col sottomarino? Daniele finirà Metal Slug con un solo gettone? Samuel cambierà ciabatte? Mistero.

In conclusione, possiamo dire che tutti noi della Redazione che abbiamo partecipato a Campus Party lo abbiamo travato, chi per un motivo, chi per l’altro, entusiasmante. Ci siamo divertiti a partecipare e speriamo di essere riusciti a coinvolgevi con le nostre interviste, i nostri racconti live e questo resoconto finale.

Non sappiamo ancora se l’appuntamento verrà replicato l’anno prossimo, magari con un’edizione ancora più ricca e “matura”… Ma ci auguriamo di sì! Nell’attesa, vi invitiamo a condividere con noi la vostra esperienza, se eravate presenti, e le vostre impressioni “da fuori” se non avete potuto partecipare!

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About the Author

Sara Porello
Sara Porello

Fin dalla più tenera età è affascinata dall’universo nerd, ma per anni ne resta ai margini. E poi… Le cattive compagnie finiscono per trascinarla completamente dentro.Giocatrice da tavolo, di ruolo, di videogames. Se si può giocare, lei lo gioca. Appassionata di cinema e serie TV, di manga e anime. Adora il Giappone, adora oggetti e animali kawaii. Adora, sopra ogni cosa, i coniglietti.