Videogiocare: Oggi come Ieri?

0
Posted 16/09/2017 by Marco Valle in Editoriali
videogames

“Io gioco ai videogames”.

Allora, quanti di voi sono disposti a dire questa frase ad alta voce?
Che so, ad una cena in famiglia o durante un aperitivo, in mezzo ai colleghi o – e qui devi essere proprio un eroe – al primo appuntamento (ok, fortunatamente esistono ragazze con lo stesso vizietto che prendono quest’affermazione come valore aggiunto… per fortuna)?

videogames

Non sto parlando di quei giocatori definiti “casual” (quelli di FIFA, COD e GTA, per intenderci). Non sto parlando di quelli che ogni anno rinnovano, vendendo il titolo ormai “vecchio”, la propria collezione di due, tre giochi al massimo. No.
Parlo di chi ha per hobby il gaming, in qualsiasi forma: di chi li colleziona e di chi ne studia la storia, di chi gioca con consoles, PC, smartphone… Insomma, tutti.
Sinceramente, quante volte ti sei sentito a disagio, parlando liberamente con i tuoi amici, a causa della tua passione? Per quanto mi riguarda, fin troppo spesso. Che poi, oh!, non è che abbiamo mai ammazzato nessuno; solo che, almeno fino a qualche tempo fa, il nostro hobby preferito era visto come un’attività da emarginati, un taboo.

videogames

Giusto? Sbagliato? Sinceramente è difficile definire quale sia il problema.
Certo, nell’ultimo periodo la figura del “gamer” (con virgolette d’obbligo) è sicuramente salita, nella classifica sociale. Ok, ancora non si può gridare vittoria, ma comunque la situazione è migliorata. Non solo per la presenza schiacciante dei “giochi” sui social (basta guardare quelli integrati nel messenger di Facebook), ma anche perché con uno smartphone bastano dieci minuti e qualche tap per riempire il dispositivo di giochi. Forse la situazione è notevolmente migliorata, come dicevamo, tanto da non apparire più come un fattore di asocialità.
Sia come sia, al giorno d’oggi si può tranquillamente essere gamers e socialmente “accettati”, perché alla fine ciò che sfugge ai più è che siamo sempre stati socialmente inseriti. Il problema vero e proprio è la forma di razzismo, in un certo senso, a cui il gamer è da sempre soggetto e, conseguentemente, bullizzato.

I più giovani di voi, probabilmente, daranno tutto questo per scontato, ma non è stato sempre così… Anzi.
In uno dei periodi migliori per l’industria videoludica – sto parlando dei mitici anni ’90 -, giocare ai videogames e comprare riviste del settore, come Zzap!, The Games Machines e Console Mania, non era una notizia da sventolare in piazza, e nemmeno qualcosa da condividere con leggerezza, con chicchessia. Eravamo in tanti, però. C’era sempre quel certo non so che di non detto; quella verità, che tutti sapevano, ma che nessuno svelava apertamente, e che si doveva leggere nello sguardo della persona appena conosciuta. Grazie alla vecchia leva (fiero di farne parte!), siamo stati in grado (assieme alle nuove tecnologie) di diffondere i videogiochi a macchia d’olio, portandoli nel quotidiano non solo a livello di accettazione sociale, ma soprattutto a quelle categorie di persone che mai avresti pensato potessero provare questo interesse. Un esempio pratico: i nostri genitori, che tra una notifica e l’altra intasano i propri smartphone di Candy Crash, Mystery Objective e via dicendo.
E questa, inevitabilmente, è stata l’evoluzione e lo sdoganamento del media in questione, giunto fino alla massa.

videogames

È sicuramente un bene, che sia questa la situazione attuale, sebbene i “giochi” tanto apprezzati da chi non se n’è mai curato rimangano difficili da definire tali, per noi appassionati. Voi che dite, sareste interessati ad approfondire meglio l’argomento, magari in articoli futuri? Potremmo, magari, prendere la palla al balzo per raccontarvi qualche curioso aneddoto degli anni ’80 e ’90, giusto a rendere la cosa più sfiziosa.

Ci imbarchiamo insieme in questo viaggio?


About the Author

Marco Valle

Scrivo di videogiochi, fumetti e lifestyle. Ma anche di gdr, telefilm, film e cose. Soprattutto cose.