Quel giorno in cui i picchiaduro cambiarono per sempre

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Posted 06/02/2016 by Daniele Fiorentini in Editoriali

Venticinque anni fa, signori miei. Venticinque. E pensare che quel logo con il suo bel “15th anniversary” sembrava essere apparso soltanto ieri. Invece no, già sono passati ALTRI dieci anni.

Proprio oggi Capcom spegne venticinque candeline per Street Fighter II – The World Warriors, re indiscusso della categoria beat’em’up che uscì nel lontano 6 Febbraio 1991 nelle sale giapponesi.

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Partorito dalle menti geniali di undici persone, Street Fighter II divenne rapidamente il titolo più giocato in sala, complice anche un gameplay immediato e una grafica a dir poco eccezionale.

La cura che Capcom ripose nelle animazioni, nelle voci, negli stages e nei personaggi ne fece subito un cult, anche perché al tempo non si era visto niente del genere tecnicamente. Sprites massicci, caratterizzati da una nazionalità e uno stile di lotta precisi, andavano a scontrarsi col giocatore nei propri paesi d’origine, intervallando il lungo percorso verso la meta finale con bonus stages che presto divennero un ingrediente immancabile in ogni picchiaduro uscito nelle sale dopo l’avvento di Street Fighter II.

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Il bonus più famoso dell’universo. Ribattezzato Benz, per via della somiglianza a vecchie Mercedes, era al centro di molte battute e risate. Tutti si domandavano di chi fosse la sfortunata auto.

Gli stages non solo presentavano molti layer di animazione (gli elefanti di Dhalsim sono su tre piani!) con un pavimento realizzato in parallasse, ma introducevano  oggetti distruttibili sul piano dei lottatori. Nello stage di Ken, ad esempio, c’erano dei bidoni, probabilmente contestualizzati al porto di pescatori; casse di legno apparivano nello stage di Guile (che metteva in bella mostra un F-16 sullo sfondo, visto che si combatteva su una pista d’atterraggio) e nello stage di Ryu, il Castello Suzaku, dei banner in legno recitano il motto 風林火山 o fūrinkazan, espressione tratta dall’Arte della Guerra che grossomodo significa “Veloce come il vento, silenzioso come la foresta, pericoloso come il fuoco, immobile come una montagna“.
La stessa scritta, tra l’altro, appare sull’obi di Ryu; questo come tanti altri piccoli accorgimenti rendono la saga dei World Warriors una leggenda, difficilmente spodestata dagli altri eccellenti contendenti che si susseguirono.

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Il Suzaku Castle o Temple, iconico stage di Ryu.

Nonostante un coraggioso primo episodio che a modo suo innovava il concetto di beat’em’up, con tasti a pressione idraulici che leggevano la forza impressa per tramutarla rispettivamente in attacco debole, medio o potente, Street Fighter II stravolse totalmente il sistema di gioco, offrendo un accenno di mosse combinabili, attacchi aerei e a carica, ponendo il titolo dal lato tecnico su un piano talmente astratto ed extra-dimensionale che sembrava essere atterrato direttamente dal futuro.

Le musiche che suonavano nell’intero titolo divennero presto canticchiate, suonate e riproposte anche in varie compilations ufficiali per quanto risultavano “accattivanti e perfette”; ogni motivo legato ad uno stage era condito da musicalità che potessero in qualche modo renderne omaggio, mentre il tema principale era in grado di entrarvi in testa immediatamente, per restarci fino ad oggi.

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Il roster iniziale, nella versione Super Famicom.

Dal suo predecessore attinge diverse cose, come parte dei personaggi (stavolta più cresciuti) e gli immancabili post-battaglia, dove il nostro lottatore si fa beffe del nemico appena sconfitto. Inizialmente il roster era composto da soli otto personaggi più quattro boss finali, tra cui spicca l’ex-cattivone del primo episodio, Sagat. Stavolta però il titolo introduce Vega (o M.Bison per le versioni occidentali) come boss di fine gioco, lanciando gli ignari giocatori verso la saga di Shadoloo, omonima organizzazione comandata per l’appunto dal noto Dittatore.
La saga andrà avanti nel corso degli anni per molti, molti episodi, fino all’avvento del terzo capitolo che invece introduce la saga di Gill.

Shadoloo, l’organizzazione criminale che poi negli episodi futuri verrà smantellata (ma non del tutto, Seth la incorporerà nel progetto S.I.N) in origine era ShadowLaw. Probabilmente la cattiva pronuncia in fase di adattamento ha portato alla storpiatura del nome.

Ad ogni personaggio corrispondeva un’ending precisa, che ci diceva di più del loro background e dei loro motivi per contrastare Vega; chi per fama, chi per se stessi, chi per una missione e chi per ritrovare una persona cara. La fatica di ogni giocatore era ripagata con scene di intermezzo, alcune animate e altre no, che comunque riuscivano a tenervi incollati fino ai credits.

Nel corso degli anni il feeling e il carattere di Street Fighter II si è evoluto, ma per molti (me compreso) questa evoluzione non ha migliorato, anzi, ha peggiorato quell’aura di magia che il titolo CPS1 aveva. Street Fighter Alpha colma il buco temporale tra i primi 2 capitoli, introducendo nuove meccaniche e nuovi personaggi, assistiti da un’aspetto grafico fin troppo cartoonesco che fece storcere il naso a non pochi.
Ad ogni modo, senza girarci intorno e con poche chiacchiere, il punto focale della serie è sempre stato il gameplay.
Oggi gli insegnamenti di Street Fighter II ci permettono di prendere in mano un nuovo picchiaduro e, tramite le solite movenze del joystick, eseguire mosse speciali senza neanche leggere la move-list; questo è uno dei tanti meriti che Street Fighter II di diritto ha conquistato, diventando con la sua alchimia perfetta la base “universale” sul quale ogni picchiaduro poggia.
Chi venne dopo ha provato a resistere da questa legge non scritta, introducendo nuovi sistemi di controllo per ritagliarsi una fetta di originalità, ma senza successo; Street Fighter II ormai faceva parte del DNA di ogni buon giocatore, anche di quelli che si tenevano lontani dal genere.

Street Fighter II ebbe conversioni e riadattamenti su qualsiasi cosa nel corso degli anni. Divenne così famoso e importante che in China, patria dei Bootleg, iniziò una vera e propria guerra a chi potesse offrire una versione anche per quelle poche macchine che non ne beneficiarono di un port originale, come Famicom e Game Gear. Ma non solo giochi tematici stand-alone, come i Tiger o versioni Flipper (si, sto lasciando fuori Street Fighter: The Movie di proposito), anche una sterminata quantità di oggetti e merchandise ha rafforzato ulteriormente la potenza del brand. Probabilmente la versione casalinga per Super Famicom lo rese ancor più famoso di quanto già non fosse (introducendo con ancor più forza il concetto di “arcade at home“), eclissando di fatto le penose conversioni sui computer più famosi, come Amiga, Atari ST e IBM PC.
Ancora oggi, tuttavia, sviluppatori amatoriali si divertono a convertire il gioco per le piattaforme meno fortunate, un po come avvenuto ai tempi con i bootleg cinesi: l’ultimo a graziarne di una versione fedele è stato il Virtual Boy.

I personaggi iconici, gli stages, le musiche e il background storico è un patrimonio culturale videoludico di immenso valore, che fa parte di ogni giocatore: il titolo è riuscito a farsi conoscere da tutti, diventando spesso il centro di ogni sana discussione sulla tipologia di gioco.
La saga procede inarrestabile il sul suo cammino, a breve infatti il quinto episodio uscirà su Playstation 4 e PC ancora una con una veste rinnovata, rivisto, corretto e stravolto ma con il suo solito pedigree che tanto lo ha contraddistinto nel corso degli anni.

Parola chiave: spettacolo e immediatezza. A Street Fighter sanno giocare tutti, anche chi lo sperimenta una volta soltanto. Tanto basta per capirne l’essenziale anima in grado di catturarvi e farvi sentire completamente in controllo del gioco.

Ma ciò che mi sorprende (o forse no) è come ancora oggi sia semplice rimanere ammaliati dal secondo capitolo, considerandolo perfetto e all’avanguardia, bello da vedere e soddisfacente da giocare. Come dicevo poc’anzi, infatti, Street Fighter II sembra essere un titolo proveniente da chissà quale futuro, anche per i tempi attuali.

Non riesco ancora a capacitarmi di come nel ’91 Capcom sia riuscita a raggiungere una tale meraviglia tecnica con la tecnologia del tempo: giocare a Street Fighter II è come farsi qualche quadro di corsa a Super Mario Bros che, nonostante il tempo inesorabilmente porti con sé con nuove versioni e riadattamenti, non scalfisce gli originali lasciandoli – di fatto – inarrivabili, attuali e immortali.

E voi, pronti per il quinto episodio? Ci giocate ancora?

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Passa il tempo, ma le vecchie glorie rimangono immutate e immortali.


About the Author

Daniele Fiorentini

Tuttofare praticamente sin dai tempi dei Laser Games, Daniele si è sempre buttato in diverse sfide che hanno spaziato dal Retrogaming, Retrocollezionismo, Giornalismo Videoludico, Sistemistica e IT. Cura il canale YouTube "Great Pills of Gaming" in coppia con un suo grande amico, ZioWrex, con l'intenzione di recensire i giochi come si faceva una volta: ossia con l'idea che un prodotto deve saper divertire.