Pyre – Un viaggio verso la libertà

1
Posted 27/09/2017 by in PC

Piattaforma: ,
 
Software House:
 
Genere:
 
PEGI:
 
by Riccardo Trillocco
Recensione

Non si può scrivere di Pyre senza contestualizzarlo nella produzione di Supergiant Games. Questa piccola software house, il cui nucleo è composto da soli 12 elementi, ha finora rilasciato tre giochi: Bastion (2011), Transistor (2014) e, per l’appunto, Pyre. Fondata da due esuli di EA nel 2009, con base a San Francisco, la produzione di questo piccolo team si è sempre contraddistinta per l’estrema cura riposta in ogni singola sfaccettatura, dalle colonne sonore estremamente evocative di Darren Korb, passando per gli incredibili artwork 2D realizzati a mano da Jen Zee e dalla scrittura sempre ispirata di Greg Kasavin, fino all’incredibile lavoro di voiceover svolto da Logan Cunningham.
Questo preambolo per dire che Supergiant Games non è una software house come le altre: ricorda più un collettivo artistico fresco di college, composto principalmente da amici. Pyre è senza dubbio il progetto più ambizioso, a partire dall’enorme mole di linee di dialogo della sceneggiatura, fino all’inclusione (per la prima volta in una loro produzione) di una modalità multiplayer.

A proposito di artwork 2D…

“D’accordo, sono bravi e tutto il resto, ma… Com’è il gioco?”. Domanda legittima, ma di non facile risposta.
Prima di tutto, in Pyre si gioca poco e si legge molto. Il canovaccio è piuttosto semplice: il protagonista, privo di nome e di genere indefinito (personalizzabile nelle opzioni), si risveglia in fin di vita in una landa desertica, nota come Downside, e viene soccorso da un camper che sembra appena uscito da una puntata di Wacky Races. I proprietari del mezzo si rivelano un uomo, una demone e un cane, e fanno subito capire al protagonista di non averlo salvato per spirito umanitario, ma poiché, secondo loro, potrebbe essere in grado di leggere un misterioso tomo di cui sono in possesso.

L’inizio del nostro viaggio.

Posto di fronte al libro, appena il protagonista inizia a leggerlo viene catapultato in una sorta di campo da gioco, dove guiderà i suoi salvatori in un rito antichissimo, creduto ormai leggenda. Questo rito garantisce a chi lo pratica la libertà: tutti gli abitanti del Downside sono stati esiliati dal Commonwealth, il “mondo principale”, e l’unico modo per farvi ritorno è partecipare con successo a questi rituali. Il rito consiste nel dover estinguere la pira (da qui il titolo del gioco) degli esiliati che ci troveremo ad affrontare, e il modo per farlo è inserirvi il globo celestiale, una sfera lucente che cade dal cielo all’inizio di ogni rito. Ogni pira ha un numero predefinito di punti vita, che vengono sottratti ogni volta che gli avversari vi inseriscono la suddetta sfera, e l’unico modo per fermarli è bandirli dal campo di gioco attraverso la propria aura, una luce presente sotto ogni personaggio, che può anche essere caricata e proiettata in avanti. Chi ne viene colpito è allontanato temporaneamente dalla contesa. Tutti questi elementi sono influenzabili: gli HP della propria pira, i danni inflitti a quella avversaria, la grandezza della propria aura e innumerevoli altri fattori, attraverso l’enlightment (normali punti esperienza) o tramite dei talismani che forniscono perk attivi e/o passivi a ogni personaggio.

Il quadro dipinto fin qui è piuttosto complesso e presenta un enorme numero di variabili; il centro dell’esperienza, però, più che sullo svolgimento dei riti (e quindi sul mero gameplay), è focalizzato sulla narrazione, che avviene principalmente in due modi: attraverso la lettura del libro dei riti per quanto riguarda la lore del gioco, e con una miriade di dialoghi tra personaggi. Il roster iniziale è composto dai tre componenti del camper, ma si arricchirà presto di moltissimi nuovi elementi, ognuno con caratteristiche proprie, e ognuno con una sua storyline ben definita.

Sir Gilman si è ritagliato un posto nel mio cuore

Tutto ciò comporta che il tempo passato a leggere risulti molto di più rispetto a quello trascorso “giocando” e, complice la mancata localizzazione, questo potrebbe rendere Pyre un gioco non per tutti, nonostante le sue meccaniche siano in fin dei conti piuttosto semplici. Ironizzando si potrebbe definire questa strana creatura come “lo sportivo con la miglior modalità carriera di sempre” o, capovolgendo l’assioma, “una visual novel dove ogni tanto si gioca”. La durata del primo playtrough si attesta sulla 15a di ore, e la trama è influenzabile dalle scelte compiute dal giocatore.

Il “campo da gioco”

Tirando le somme, personalmente ho amato ogni singolo secondo trascorso in questo mondo popolato da alberi parlanti, streghe che contrabbandano inchiostro, cani punk e arpie sexy. La storia è al contempo classica e originale, il comparto tecnico-artistico estremamente ispirato e la fase di gameplay vera e propria piuttosto soddisfacente.
Ho giocato Pyre su una PS4 Pro collegata ad un televisore 4k HDR. La resa dell’immagine è splendida, il gioco gira in 4k nativi a 60 fps stabili, ma non supporta l’HDR.

RickyAll

Il secondo parere di RickyAll

Prima di cominciare questo mio breve excursus per quanto concerne Pyre, mi sento in dovere di specificare che, nonostante sia stato in grado di conoscerli e apprezzarli grazie a let’s play,  oltre che alle recensioni e quant’altro, non ho mai avuto realmente modo di giocare nessuno dei precedenti titoli Supergiant (seppur siano entrambi presenti in quell’infinito backlog che è la mia libreria Steam). Di conseguenza, questa mia disamina sarà sicuramente meno informata rispetto a quella del mio omonimo, ma credo che questo mi offra una prospettiva differente che è sicuramente congeniale alla bontà della recensione. Ultima nota: ho giocato Pyre su PC e, non avendo un monitor adatto al 4K, mi sono dovuto accontentare di uno “scarso” Full HD a 60 fps.

Dopo queste dovute premesse, voglio concentrarmi principalmente sull’aspetto delle meccaniche di gioco, in quanto il lato artistico è già stato ampiamente coperto dal mio collega con estrema perizia, alla quale non ho altro da aggiungere se non uno: “chapeu!”

Per quanto concerne, invece,il gameplay… Beh, avrei qualcosina da dire al riguardo: l’idea del rendere i riti ispirati alla pallamano è sicuramente originale e anche funzionale allo scopo di intrattenere il giocatore con del vero e proprio gameplay, in quella che altrimenti sarebbe una visual novel con degli accenni di crescita del personaggio alla RPG. Ma la realizzazione è, per quanto simpatica, piuttosto blanda.
Infatti, nonostante le ambientazioni varino da location a location, avrei voluto vedere da parte degli sviluppatori un focus maggiore sul terreno di gioco. Intendo in particolare la presenza (o dovrei forse dire l’assenza) di ostacoli dinamici e obiettivi secondari oltre alla sfera, in quanto, così facendo, il gameplay sarebbe risultato sicuramente più profondo e complesso, senza la necessità di aumentare la difficoltà artificialmente tramite il menù delle opzioni. Infatti, nonostante sia stato veramente facile per me vincere ogni singolo rito, ho deciso coscientemente di non alzare la difficoltà dal setting “Normale”, allo scopo di giudicare al meglio quanto il gioco sia ben tarato, riguardo la complessità, e per apprezzare l’intelligenza effettiva dell’IA di gioco. Pyre non eccelle in nessuno dei due ambiti, in quanto sono riuscito consistentemente ad abusare una singola tattica che mi ha portato alla vittoria per ogni singolo rito.
Ultimo piccolo cruccio: avrei apprezzato l’esistenza di un sistema anti save-scamming, in quanto la storia prosegue anche in caso di sconfitta. Perde di genuinità avere l’opzione di ricominciare a piacimento un rito quando l’essere battuti dal triumvirato avversario può modificare il corso degli eventi.

Vi sono sembrato cattivo nei confronti di questo titolo? In parte è vero (e forse ho anche esagerato nel calcare la mano), ma, come ben sa chi mi conosce, riesco a chiudere un occhio dinnanzi a difetti del genere, se il gioco riesce ad intrattenere con trame avvincenti e se impreziosito da una direzione artistica mozzafiato. E Pyre, guarda caso, è proprio uno di questi.

In conclusione, se vi sono piaciuti Bastion e Transistor, o se semplicemente volete perdervi in un mondo fantasy ben caratterizzato ed estremamente “vivo”, e non vi spaventa il passare tre quarti del tempo leggendo, non posso che consigliarvene l’acquisto. Un mio personale rammarico è l’assenza di una modalità online: il multiplayer è infatti solo locale. Una componente online avrebbe garantito moltissima longevità al titolo, e un’eccellente appendice, dove testare le centinaia di variabili ottenibili combinando i membri del roster con i moltissimi talismani recuperati durante la campagna. Non resta che sperare in una futura aggiunta tramite patch.

 

Colonna sonora

Caratterizzazione dei personaggi

Telecronaca dei riti

Perché sì:
Perché no:
  • Direzione artistica ai massimi livelli
  • Riti divertenti e con molte variabili
  • Interazioni tra personaggi ben curate

 

  • Mancata localizzazione
  • Trama predominante rispetto al gameplay
  • Multiplayer solo locale

 


About the Author

Riccardo Trillocco

È passato da Basketball per Atari 2600 al 4k Hdr in soli 36 anni. Crede che il gioco più bello sia sempre quello che deve ancora iniziare, ed è fermamente convinto che, come tutte le tendenze transitorie del web, le biografie in terza persona siano destinate a sparire. Aiutatelo ad azzeccare questa profezia iniziando col non leggere la sua.



  • Massy Ferrari

    Bella recensione, complimenti all’autore. Incuriosito.. lo proverò