Planet of the Eyes – Robot canadesi alla riscossa

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Posted 19/10/2017 by in Mac

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Software House:
 
Genere:
 
PEGI:
 
by Riccardo Trillocco
Recensione

Uscito originariamente nel 2015 su PC, dove ha fatto incetta di premi nelle conventions dedicate alla scena indie, Planet of the Eyes approda oggi su console. Prodotto da Cococucumber, una piccola software house canadese con sede a Toronto, e sviluppato da un core team di sole due persone (Vanessa Chia e Martin Waltz) in diciotto mesi, questo puzzle-platformer nasce sull’onda generata dal successo di Limbo, uscito nel 2010 per mano dei danesi Playdead. È innegabile che la popolarità riscossa dal gioco, pubblicato praticamente su qualsiasi piattaforma, e addirittura scelto da Microsoft come regalo per festeggiare il primo anniversario di Xbox One, abbia spinto i piccoli sviluppatori a tentare di replicarne l’exploit, generando così una consistente mole di epigoni; tra gli esempi più riusciti di Limbo-like possiamo annoverare opere come Unravel, degli svedesi ColdWood Interactive, Never Alone, pregevole viaggio nella mitologia Iñupiat, o i più recenti Black The FallLittle Nightmares. Cosa permette quindi a Planet of the Eyes di distinguersi dai suoi simili? Innanzitutto la direzione artistica, che si rifà a quel senso di meraviglia generato dalla fantascienza degli anni ’50/’60, quando tutto sembrava possibile, l’uomo non era ancora stato sulla luna, e le paure causate dai primi vagiti della guerra fredda portavano a immaginare gli alieni perlopiù come creature ostili. Da qui pertanto il design del protagonista, un delizioso robottino con la testa che richiama le vecchie macchine fotografiche istantanee Polaroid, animato benissimo e persino in grado di ballare (azione a cui è dedicato un tasto apposito e che permette di ottenere un trofeo/achievement). Anche i livelli sono caratterizzati da uno stile rétro e da colori acidi, tipici di un certo immaginario. Lo stesso vale per gli abitanti di questo misterioso pianeta, che siano una flora spesso da utilizzare a nostro vantaggio o una fauna ostile e poli-occhiuta.

Quando si dice “un buon atterraggio”.

La trama del gioco ci vede impersonare questo piccolo robot senza nome, che riesce a sopravvivere a un brusco atterraggio su un pianeta sconosciuto, e viene narrata attraverso audiocassette (sì, proprio le care e vecchie cassette, altro elemento distintivo del gioco) lasciate lungo il percorso dal nostro creatore, presumibilmente per indicarci la via. Ogni volta che ne troveremo una, la voce del nostro artefice arricchirà di nuovi elementi quel poco che riusciremo a dedurre attraversando il mondo di gioco. La recitazione è estremamente carismatica, per merito di Alex Lewis, molto bravo nel comunicare le emozioni che prova un creativo nel vedere messa a repentaglio la propria opera. Pur non essendo originalissima, e spesso lasciata alla deduzione del giocatore, ho trovato la storyline accattivante, anche se da Will O’Neill, autore del notevole Actual Sunlight, mi sarei aspettato un po’ più di profondità. Dove Planet of the Eyes riesce veramente a eccellere è nell’accompagnamento sonoro, realizzato da CypherAudio con chiari riferimenti al genere Synthwave, particolarmente adatto a questa tipologia di esperienza.

A livello di gameplay devo dire che la risposta ai comandi (caratteristica fondamentale in un platform) è più che buona, gli enigmi che ci troveremo ad affrontare sono stimolanti e mai troppo cervellotici, la difficoltà è settata alla perfezione. Anche morendo molte volte all’interno della stessa area, la frustrazione è scongiurata dalla pressoché totale assenza di caricamenti, dalla perfetta disposizione dei checkpoint, e dall’alternanza tra fasi spiccatamente platform e altre più ragionate, che ci permettono di tirare il fiato. Un’altra caratteristica peculiare del titolo è la cura riposta nelle animazioni relative alla morte del piccolo robot, capace persino di spingere il giocatore a suicidarsi, giusto per poter vedere l’animazione che ne scaturisce.

Gnam!

Dal punto di vista tecnico Planet of the Eyes è pregevole. Il gioco gira a una risoluzione di 1080p (upscalata a 4k su Playstation Pro e presumibilmente anche su Xbox One X) e 60 fps. Nella mia prova (effettuata su PS4 Pro) non ho riscontrato il minimo calo di frame rate, e la cosa non era affatto scontata, tenendo conto che gli sviluppatori sono al loro esordio su console. L’esperienza scorre quindi senza intoppi, e, mentre stiamo morendo smembrati da entità aliene simili a dei ragno-formichieri o siamo ancora impegnati a saltare su dei funghi rimbalzanti che non sembrano troppo contenti di vederci, il gioco finisce. Non che il finale arrivi all’improvviso, la storyline è coerente e la narrazione ha comunque una sua conclusione, ma, personalmente, il suo arrivo dopo due ore di gioco mi ha lasciato con un po’ di amaro in bocca. La longevità, pertanto, è l’unica nota stonata del pacchetto. Il fattore rigiocabilità è presente in minima parte grazie ai trofei/achievements, ma non va oltre l’ora aggiuntiva di gioco. I requisiti per ottenere tali trofei sono creativi e li ho apprezzati molto: il mio consiglio, quindi, è di cercare di sbloccarli senza usare le varie guide presenti on-line, così da allungare un po’ la vostra esperienza.

Dai, non guardatemi così!

Da buon nerd appassionato di fantascienza mi sono divertito molto a cogliere i vari riferimenti e citazioni, abbondanti ma mai invasivi. Senza svelare troppo, il “5” posto sul nostro piccolo robot è un chiaro riferimento al Johnny Five di corto circuitiana memoria, o almeno mi piace pensarlo, e, disseminati qua e là, ho notato omaggi ad altri esponenti del genere, uno su tutti il seminale Another World.

Apprezzabile anche la localizzazione: il gioco è sottotitolato in italiano, e non ho riscontrato nessun errore.

Journey sei tu?

Concludendo non posso che consigliare Planet of the Eyes a chi apprezza i platform con una spruzzata di enigmi, tra i quali spicca per l’ispiratissima direzione artistica, per la bellissima colonna sonora e per la sapiente gestione del ritmo di gioco. La breve durata può rappresentare una discriminante da tenere in considerazione, e anche per questo il gioco viene proposto a prezzo budget (9,99 € su tutte le piattaforme, con un ulteriore sconto di 2 € per gli abbonati Playstation Plus).

direzione artistica

colonna sonora

longevità

Perché sì:
Perché no:
  • Protagonista carismatico
  • Varietà di situazioni
  • Fluido e divertente

 

  • Finisce subito


About the Author

Riccardo Trillocco

È passato da Basketball per Atari 2600 al 4k Hdr in soli 36 anni. Crede che il gioco più bello sia sempre quello che deve ancora iniziare, ed è fermamente convinto che, come tutte le tendenze transitorie del web, le biografie in terza persona siano destinate a sparire. Aiutatelo ad azzeccare questa profezia iniziando col non leggere la sua.