Phantom Trigger – Neons in the head

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Posted 02/12/2017 by in PC

Piattaforma: ,
 
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Genere:
 
PEGI:
 
by Samuel Castagnetti
Recensione

Titolo hack and slash sviluppato da Bread Team e pubblicato da Tiny Build, Phantom Trigger si porta sulle spalle una trama non proprio acqua e sapone e uno stile peculiare, che i developer hanno definito “neon slasher” in relazione ai colori al neon e alla struttura stessa del gioco.
Il protagonista ci viene introdotto come Stan, ma questo sarà il suo nome solo per poco tempo, perché, appena iniziata la vicenda, egli collasserà e si ritroverà in un ambiente molto diverso, dove assumerà il ruolo di Outsider, pronto a intraprendere un viaggio piuttosto particolare attraverso questo enigmatico mondo, in grado di affascinare per tutta la durata della partita. Il trucco dietro a questo charme sta nel fatto che il giocatore non potrà non porsi domande sulla natura di questo luogo, chiedersi se esso rappresenti un viaggio verso la pazzia o addirittura verso la morte, o se si tratti soltanto un sogno molto malato. La storia in verità non è raccontata in modo molto chiaro, l’aspetto narrativo emerge di tanto in tanto durante il playthrough, mediante intermezzi di vario genere legati prevalentemente a Stan e alla sua condizione di salute. Nonostante la presenza di molteplici finali, si nota come la qualità delle singole sequenze conclusive sia altalenante, rendendone alcune più interessanti di altre

Stan è vitale come sempre.

Per quanto riguarda il gameplay, è chiaro che i developer hanno avuto tante buone idee, le quali, però, una volta messe assieme, si sono rivelate un vero naufragio. Il combat system si basa su attacchi elementali, o comunque color-coded, basati sul rosso, il verde e il blu, ciascuno dei quali presenta una particolare efficacia verso determinate tipologie di nemici; in aggiunta a questo meccanismo di base, con il progredire del gioco, verranno sbloccate una varietà di combo a tre pulsanti, ognuna con un effetto differente. Il problema di questo sistema è che le combo, per quanto utili, sono difficili da ottenere, e, inoltre, spesso finiscono per mettere il giocatore in una posizione di svantaggio, dovuta alla relativa lentezza del personaggio nel mettere a segno i colpi e all’elevato numero di nemici che dovrà affrontare simultaneamente. Il risultato complessivo di queste criticità, purtroppo, è quello di rendere queste feature piuttosto trascurabili. Come appena detto, spesso i nemici sono molti e, nella loro -piacevolmente ampia- varietà, richiedono di essere affrontati con un certo metodo, che, però, si fatica a mettere in atto proprio per le motivazioni che ho citato.

L’hub centrale dal quale passa Outsider finite le varie missioni.

Un’altra problematica relativa agli scontri coi nemici è che, in sostanza, questi non forniscono alcuna significativa ricompensa: questo spinge il giocatore a saltarne la maggior parte, per concentrarsi quasi esclusivamente sui combattimenti obbligatori. Infine i boss, per quanto interessanti dal punto di vista del design, sono spesso difficili da decodificare. Tale difficoltà è dovuta alla scarsità di informazioni fornite al giocatore prima di fargli affrontare delle nuove meccaniche di gioco. Per capirsi meglio, è difficile trovare nel livello precedente al boss delle dinamiche che possano poi estrinsecarsi nuovamente nello scontro finale. Una volta compresa la gimmick, tuttavia, le boss fight risultano varie e divertenti da affrontare, forse (e per fortuna) la parte migliore del gioco.

Running in the 80s!

Per quanto riguarda l’atmosfera e l’art direction, il gioco fa assolutamente centro. La pixel art è molto bella e ha un tocco originale, con la sua ricchezza di colori, di particelle e di dettagli ben curati; la stessa cosa si può dire per il comparto audio, dotato di una colonna sonora di alto livello, anche se leggermente povera di tracce.

Per concludere, il gioco ha tante buone idee, una storia leggermente diversa dal solito e un lato artistico di alta qualità. Tuttavia fa fatica a fare una sintesi coesa e ben funzionante di tutti questi aspetti, finendo per creare scontri ripetitivi e spingendo il giocatore a non sfruttare tutte le risorse a propria disposizione. Insomma, come si suol dire, “bene, ma non benissimo”.

Neon

Bossfights

Perché sì:
Perché no:
  • Trama diversa dal solito
  • Direzione artistica di alto livello
  • Idee interessanti…

 

  • …Ma che insieme non funzionano benissimo
  • Combat system ripetitivo


About the Author

Samuel Castagnetti

C'e' poco da dire, chi non sceglie Charmander come starter chiede arroganza, chi fa l'ingegnere su Guns of Icarus chiede arroganza, i programmatori di Asmandez pretendono che l'arroganza si abbatta su di loro. Non ho detto nulla di me stesso o forse, perche' mi arrogo il diritto di non farlo.