Inside – Io sono il numero 4

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Posted 04/08/2016 by in PC

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by Edoardo Fusco
Recensione

Sei anni fa, una piccola esclusiva (temporanea) indie Xbox 360 fece gridare al miracolo. Sviluppato dal team danese Playdead, Limbo aveva saputo conquistare il mercato come pochi erano riusciti prima di esso. Forse solo Braid e Super Meat Boy erano stati in grado di portare al grande pubblico l’amore che i loro sviluppatori avevano nutrito per i classici del passato, declinato alla modernità tramite meccaniche innovative e gameplay geniali.

Minimalista. Ecco come si poteva definire Limbo, con il suo bianco e nero sgranato e le sue mille sfumature di grigio, con i suoi comandi semplici e con la sua colonna sonora essenziale. Eppure, quel titolo così semplice è riuscito a plasmare il mercato, soprattutto quello indipendente, per ovvi motivi, e generare tutta una serie di figli illegittimi e cloni, sia per quel che riguarda il gameplay che la grafica.
Dopo un lustro dalla gloria di Limbo, Playdead sforna un nuovo titolo che farà parlare di sé davvero a lungo.

Ancora una volta il team danese cerca di innovare dimostrando quanto “sottraendo” si possa non solo creare Arte videoludica, ma propone Inside come uno dei giochi moderni con l’atmosfera più coinvolgente di sempre.
Il titolo infatti è fenomenale: se Limbo ha fatto da pietra fondante per il genere e ha visto, negli anni, tanti imitatori ed evoluzioni (primo tra tutti lo stupendo The Swapper) che l’hanno reso indimenticabile ma “obsoleto”, il nuovo gioco di Playdead si riprende la corona con grazia ed eleganza per elevarsi a capolavoro e a nuovo termine di paragone per il genere. Gli sviluppatori hanno affinato il loro modo di intrattenere e coinvolgere guidando il giocatore in una storia nuova, ma che ha molto in comune con il capitolo precedente, a partire dalle premesse.

Appena lanciato Inside vi troverete all’interno di una foresta, nei panni di un ragazzino sperduto.

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Inside è pieno di momenti inaspettatamente scioccanti…

Déjà vu? Già. E questo incipit è una fortissima dichiarazione di intenti da parte degli sviluppatori: non è fatto per mancanza di idee (e giocando questo titolo ve ne accorgerete costantemente), ma piuttosto Playdead sembra infatti dire “Ve lo ricordate Limbo? Beh, ecco qui come si è trasformato dopo 6 anni di evoluzione del mercato (indie)!”.

Nei panni di questo ragazzo dalla camicia rossa ci troveremo braccati da degli uomini intenzionati ad eliminarci: non ne sappiamo il motivo, non possiamo ragionare con loro e non abbiamo armi a nostra disposizione: non resterà che fuggire, attraversando un’ambientazione mutevole e sempre interessante ma caratterizzata da un minimalismo costante. Si va dalla foresta iniziale a una città in rovina, da grotte subacquee a edifici abbandonati e via dicendo, tutti caratterizzati dalla malinconia totale e in grado di stupire ad ogni passo.

Anche cromaticamente il gioco si rifà a Limbo, e sebbene “faccia finta” di essere un gioco bidimensionale (tantissime volte dovrete tenere d’occhio lo sfondo per capire come comportarvi), mantiene l’aspetto oscuro e triste del gioco del 2010: tinte smorte e colori opachi sono solo un’eco del bianco e nero del passato, e il colpo d’occhio trae beneficio da un comparto grafico di prim’ordine supportato dalla tecnologia moderna in grado di mostrarci sfondi elaborati e davvero mozzafiato, che si tratti di rovine sotterranee o di un “semplice” campo di grano.

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Surreale? Sì, molto.

Anche in questa avventura le musiche sono poche, rare e sempre perfettamente in linea con l’azione. La malinconia lascia spazio a temi inquietanti e suoni alieni che creano una colonna sonora perfetta in ogni momento. Insomma, dal punto di vista estetico Inside presenta una coerenza interna e con lo stile di Playdead praticamente ineccepibile.

Seppur si tratti di un semplice puzzle platform in cui dovremo andare dal punto A al punto B risolvendo enigmi ambientali ed evitando nemici e trappole, la semplicità dei comandi (un tasto per saltare e uno per interagire con l’ambiente) si rivelerà utilizzata alla perfezione, presentando situazioni sempre diverse per tutta la breve durata del gioco. Playdead ha scelto infatti bene, e Inside termina prima di diventare ridondante e ripetitivo: durante le sole tre ore di gioco non avrete mai la sensazione di stare ripetendo alcuna azione, e il modo circostanziale in cui dovrete comportarvi (una volta attivando una serie di interruttori, un’altra controllando mentalmente degli zombie, un’altra ancora nuotando fino alla superficie in tempo…) traforma tutto il gioco in un continuo di eventi significativi e memorabili.

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A parte rarissime eccezioni, il nostro protagonista sarà sempre solo…

Gli enigmi sono sempre veicolati in maniera perfetta, e non ci sarà mai la possibilità di fraintendere cosa il gioco ci sta chiedendo di fare: sarà la realizzazione pratica di quell’idea a dover richiedere gli sforzi maggiori, dando un senso di sfida sempre adeguato e permettendoci di godere appieno di ogni successo.

In un insieme di citazioni più o meno velate sia di successi del passato (in alcuni momenti non ho potuto non pensare a Heart of Darkness o Abe’s Odyssey) sia di titoli del presente (The Swapper e Unravel sono i titoli recenti che mi sono tornati in mente), Inside fa qualcosa di spiazzante, esaltando all’ennesima potenza il mistero che si celava dietro all’avventura del piccolo eroe di Limbo.

Se infatti nel primo gioco lo scopo del viaggio era salvare la sorellina del protagonista, questa volta non sappiamo nulla, e nulla verrà mai spiegato. Non una linea di dialogo, non un documento di testo o altro verranno utilizzati per creare un contesto narrativo, lasciando al cento per cento libertà al giocatore, che dovrà capire cos’è successo al mondo in cui si sta muovendo, perché alcuni uomini gli danno la caccia, perché altri sono ridotti a zombie che marciano a ritmo verso il centro della città, e così via.

Una responsabilità non da poco, che alcuni giocatori non vogliono: non sarà difficile leggere in rete opinioni in merito al gioco e vedere il commento “non ha una trama” o “il gioco non ti spiega nulla”. Pregio o difetto? Sta a voi: personalmente credo che al di là di questo dettaglio Inside funzioni benissimo e sia in grado di regalare non solo tre ore di atmosfera incredibile, ma anche dimostrare che con soli due tasti è ancora possibile creare giochi incredibili con un po’ di estro e inventiva.

Se inoltre vi piacciono i giochi assolutamente bellissimi da vedere e in grado di suscitare forti emozioni e suggerire messaggi potenti (qualunque sia la vostra interpretazione dello scioccante finale) allora Inside fa proprio per voi.

Perché sì:
Perché no:
  • Gameplay semplice
  • Tecnicamente eccelso
  • Da interpretare

 

  • Breve

INSIDE POLIPI


About the Author

Edoardo Fusco

Gamer da quando aveva 6 anni, si guadagna da vivere lavorando nel campo della localizzazione, anche di titoli a tripla A. Scrive e si occupa del medium videoludico da sempre, e i suoi generi preferiti sono gli rpg, le avventure e tutti quelli in cui la narrazione la fa da padrona.