Albedo: Eyes from Outer Space – Doom, Monkey Island e Star Trek entrano in un bar…

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Posted 30/04/2015 by in PC

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YOH-OH!:

Gameplay originale. Ambientazione affascinante. Tanto, tanto charme.
 

ARR!:

Alcuni puzzle fuori di testa. Production value bassa.
 
by Nicola De Bellis
Recensione

Solo dopo aver finito Albedo: Eyes from Outer Space per la seconda volta, ho fatto caso al nome completo del protagonista, John T. Longy. Quasi immediato il flashback ad oltre dieci anni fa quando provai, per puro caso, un piccolo gioco freeware creato da un singolo sviluppatore italiano. Longy, questo era il suo nome, mi impressionò parecchio al punto di ricordarlo tutt’ora quando, per qualche scherzo del destino, mi trovo a recensire il suo seguito spirituale.

Albedo: Eyes from Outer Space è un’avventura grafica in prima persona con elementi sparatutto, sviluppata quasi interamente dalle sole mani di Fabrizio Zagaglia, in arte z4g0, che ha scelto di mischiare idee da classiche avventure punta e clicca e fantascienza anni ’50, creando un bizzarro, ma intrigante punto d’incontro tra Zak McKracken, Doom ed Invaders from Mars.

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I colori acidi e le scene surreali di Albedo gli danno un tocco schizzato molto memorabile.

Questo mix di idee, tutte passioni personali, sono la parte più intrigante di Albedo e posso dire con certezza di aver raramente visto qualcosa del genere. Non è mancata una sana dose di avventure grafiche in prima persona nella mia vita (Myst, la serie Tex Murphy, Normality), tantomeno avventure miste ad elementi shooter (Realms of the Haunting, Zero Zone), ma questo gioco è riuscito comunque ad affascinarmi. Forse è solo l’effetto di un certo digiuno, causato dalle avventure grafiche troppo cementate nel loro passato e nelle loro formule stantie? Può Albedo reggersi solo sui suoi meriti? Andiamo ad esaminarne tutti i viscidi tentacoli verdi per scoprirlo.

È una notte come tante altre nella portineria del laboratorio segreto Jupiter. John T. Longy, guardia notturna di professione e ubriaco per passione, si prepara all’ennesimo turno poco interessante quando un terremoto improvviso apre una voragine proprio sotto di lui, scaraventandolo parecchi piani sottoterra. Inizia così, in un magazzino abbandonato da decenni, l’avventura del protagonista per rispedire gli schifosi occhi tentacolari nello spazio profondo da cui sono venuti.

Il laboratorio Jupiter non è il più rassicurante dei posti...

Il laboratorio Jupiter non è il più rassicurante dei posti.

I puzzle di Albedo tendono ad essere quasi interamente basati sugli oggetti presenti in una singola stanza, il che è allo stesso tempo positivo e negativo. Il lato positivo è che l’obiettivo è spesso immediatamente chiaro, aprire la strada verso la stanza successiva, ed è generalmente garantito che gli oggetti necessari per proseguire siano tutti a portata d’occhio, ma posso immaginare i veterani del genere rabbrividire a queste parole. La sindrome degli escape the room è sempre dietro l’angolo, pronta a colpire con i suoi puzzle illogici ed il pixel-hunting selvaggio, ma Albedo riesce, nella maggior parte dei casi, ad evitarla. Premere TAB evidenzia immediatamente tutti gli oggetti interattivi presenti nella stanza, feature doppiamente utile, sia per evitare la disperazione causata dall’inevitabile oggetto quasi invisibile, sia ad aggirare un ostacolo causato dallo stile grafico scelto, spesso fin troppo abbondante di contrasti elevati ed ombre eccessivamente scure. Consiglio caldamente di leggere il manuale digitale all’interno del gioco, in bella vista nel menu principale, poichè alcune funzioni dell’interfaccia vengono espressamente indicate solo lì.

Un briciolo di humor solo per giocatori italiani

Un briciolo di humor solo per giocatori italiani.

Per fortuna i puzzle tendono ad essere quasi tutti relativamente logici, ma ci sono occasioni in cui Albedo può frustrare parecchio. Non è facile parlare dei momenti più fastidiosi senza incorrere in pericolosi spoiler e rivelare la soluzione di interi puzzle, ma in genere posso ricondurli tutti a due problemi fondamentali, scarsa chiarezza dell’interfaccia e bizzarri salti di logica, tipici del genere, che hanno senso solo quando la soluzione è davanti agli occhi, scoperta per caso, dopo aver tentato ripetutamente di combinare ogni singolo oggetto con altri elementi interattivi nello scenario.

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Le ispirazioni sono in bella mostra, nel bene o nel male. Ci sono parti della follia di Day of the Tentacle che avrei preferito dimenticare.

Fortunatamente tali momenti sono pochi in un’avventura grafica perfettamente logica senza essere ovvia. Nella maggior parte dei casi attenta osservazione e cervello fino sono più che sufficienti per trovare la giusta soluzione, ma nei casi disperati può tornare utile il bizzarro strumento di dilatazione temporale che John porta con se, il quale permette di intravedere eventi futuri e ricevere aiuti per i numerosi enigmi, più o meno abbondanti in base alla difficoltà scelta. Il livello di difficoltà decreta anche quanto impegnativi sono i combattimenti, anche se la cosa non è particolarmente rilevante. Le scene di sparatoria aperta sono molto poche e ristrette a momenti chiave della trama, nonchè generalmente molto facili anche alla difficoltà più elevata.

Non fatevi depistare dalle immagini, Albedo: Eyes from Outer Space è molto più avventura che sparatutto

Non fatevi depistare dalle immagini, Albedo è molto più avventura che sparatutto.

Qual è, quindi, la scintilla che fa brillare Albedo? L’ambientazione scelta è, senza dubbio, uno degli elementi chiave della formula che lo rende così affascinante. L’estetica a cavallo tra la fantascienza classica, Star Trek ed il look moderno dell’Unreal Engine 3 è, occasionalmente, un po’ pacchiana e sotto le montagne di post-processing è ben visibile la production value di un lavoro fatto da una singola persona, ma, credeteci o no, contribuisce a ricreare l’atmosfera che desidera, quella della fantascienza ingenua, dagli effetti speciali economici, dagli attori che masticano la scenografia, che dimostra il genuino impegno che qualcuno ci ha riversato, anche se l’effetto finale fa un po’ sorridere.

Il design di alcune stanze in particolare è davvero intrigante.

Il design di alcune stanze in particolare è davvero intrigante.

Il doppiaggio di Albedo merita un paragrafo a parte, in quanto sono disponibili due tracce audio separate, inglese americano ed inglese del regno unito. Non riesco ad immaginare il motivo di tale scelta, ma consiglierei di scegliere la seconda tra le opzioni. Il doppiatore americano del buon John rasenta l’apatia e stufa rapidamente, mentre il suo corrispettivo britannico è fin troppo contento del suo lavoro e riesce a donare un certo strato di charme al gioco. Le tracce musicali sono anch’esse direttamente ispirate dai film di fantascienza anni ’50 e piacevoli da ascoltare, sebbene poco memorabili.

Siete avvisati: questo puzzle ESISTE.

Siete avvisati: questo puzzle esiste.

Albedo: Eyes from Outer Space è il tipo di gioco che vorrei vedere più spesso, assolutamente non perfetto, nè prodotto con montagne di soldi, ma volenteroso di provare nuovi approcci nel suo genere, affascinante, generalmente ben fatto ed in grado di far brillare le passioni personali di chi lo ha creato.

Albedo Premi


About the Author

Nicola De Bellis

Disegnatore, pixel artist, game designer dilettante e ombra di se stesso professionista, critica allo sfinimento tutto ciò in cui riesce ad affondare i denti e scrive le sue orribili opinioni pubblicamente come passatempo.